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Eneide
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LIBRO VIII

  Poscia che di Laurento in su la ròcca
fe' Turno inalberar di guerra il segno,
e che guerra sonâr le roche trombe,
spinti i carri e i destrieri, e l'armi scosse
di Marte al tempio, incontinente i cuori
si turbâr tutti, e tutto il Lazio insieme
con súbito tumulto si ristrinse.
Fremessi, congiurossi, rassettossi
ognun ne l'arme. I tre gran condottieri
Messàpo, Ufente, e l'empio de' celesti
dispregiator Mezenzio, usciro in prima.
Accolsero i sussidi; armâr gli agresti;
spogliâr d'agricoltor le ville e i campi.
  In Arpi a Dïomede si destina
Vènulo imbasciatore, e gli s'impone
che soccorso gli chiegga, e che gli esponga
quanto ciò de l'Italia e del suo stato
torni a grand'uopo: con che gente Enea,
con quale armata v'ha già posto il piede,
e fermo il seggio, e rintegrato il culto
a' suoi vinti Penati; come aspira
a questo regno, e come anco per fato,
e per retaggio del dardanio seme,
lo si promette. Che perciò da molti
è già seguito, e ch'ogni giorno avanza
e di forze e di nome. Indi soggiunga:
«Quel che 'l duce de' Teucri in ciò disegni
e che miri e che tenti (se fortuna
gli va seconda) a te via piú ch'a Turno
esser può manifesto, e ch'a Latino».
Questi andamenti e queste trame allora
correan per Lazio, e lo scaltrito eroe
le sapea tutte, onde in un mare entrato
di gran pensieri, or la sua mente a questo,
or a quel rivolgendo in varie parti,
d'ogni cosa avea téma e speme e cura.
Cosí di chiaro umor pieno un gran vaso,
dal sol percosso, un tremulo splendore
vibra ondeggiando, e rinfrangendo a volo
manda i suoi raggi, e le pareti e i palchi
e l'aura d'ogni intorno empie di luce.
  Era la notte, e già per ogni parte
del mondo ogni animal d'aria e di terra
altamente giacea nel sonno immerso,
allor che 'l padre Enea, cosí com'era
dal pensier de la guerra in ripa al Tebro
già stanco e travagliato, addormentossi.
Ed ecco Tiberino, il dio del loco
veder gli parve, un che già vecchio al volto
sembrava. Avea di pioppe ombra d'intorno
di sottil velo e trasparente in dosso
ceruleo ammanto, e i crini e 'l fronte avvolto
d'ombrosa canna. E de l'ameno fiume
placido uscendo a consolar lo prese
in cotal guisa: «Enea, stirpe divina,
che Troia da' nemici ne riporti
e la ravvivi e la conservi eterna;
o da me, da' Laurenti e da' Latini
già tanto tempo a tanta speme atteso,
questa è la casa tua, questo è secura-
mente, non t'arrestare, il fatal seggio
che t'è promesso. Le minacce e 'l grido
non temer de la guerra. Ogn'odio, ogn'ira
cessa già de' celesti. E perché 'l sonno
credenza non ti scemi, ecco a la riva
sei già del fiume, u' sotto a l'elce accolta
sta la candida troia con quei trenta
candidi figli a le sue poppe intorno.
Questo fia dunque il segno e 'l tempo e 'l loco
da fermar la tua sede. E questo è 'l fine
de' tuoi travagli: onde il tuo figlio Ascanio
dopo trent'anni il memorabil regno
fonderà d'Alba, che cosí nomata
fia dal candore e dal felice incontro
di questa fera. E tutto adempirassi
ch'io ti predíco, e t'è predetto avanti.
Or brevemente quel ch'oprar convienti,
per uscir glorïoso e vincitore
di questa guerra, ascolta. È di qui lunge
non molto Evandro, un re che de l'Arcadia
è qua venuto; e sopra a questi monti
ha degli Arcadi suoi locato il seggio.
Il loco, da Pallante suo bisavo,
è stato Pallantèo da lui nomato:
ed essi, perché son nel Lazio esterni,
son nemici a' Latini, ed han con loro
perpetua guerra. A te fa di mestiero
con lor confederarti, e per compagni
a questa impresa avergli. Io, fra le ripe
mie stesse, incontro a l'acqua a la magione
d'Evandro agevolmente condurrotti.
Dèstati, de la dea pregiato figlio;
e come pria vedrai cader le stelle,
porgi solennemente a la gran Giuno
preghiere e vóti; e supplicando vinci
de l'inimica dea l'ira e l'orgoglio;
ed a me, poi che vincitor sarai,
paga il dovuto onore. Io sono il Tebro
cerco da te, che, qual tu vedi, ondoso
rado queste mie rive, e fendo i campi
de la fertile Ausonia, al cielo amico
sovr'ogni fiume. Quel che qui m'è dato,
è 'l mio seggio maggiore: e fia che poscia
sovr'ogni altra cittade il capo estolla».
  Cosí disse, e tuffossi. Enea dal sonno
si scosse; il giorno aprissi, ed ei col sole
sorgendo insieme, al suo nascente raggio
si volse umíle, e con le cave palme
de l'onda si spruzzò del fiume, e disse:
«Ninfe lauremti, ninfe, ond'hanno i fiumi
l'umore e 'l corso; e tu con l'onde tue,
padre Tebro sacrato, al vostro Enea
date ricetto, e da' perigli omai
lo liberate. Ed io da qual sia fonte
che sgorghi, in qual sii riva, in qual sii foce
(poiché tanta di me pietà ti stringe)
sempre t'onorerò, sempre di doni
ti sarò largo. O de l'esperid'onde
superbo regnatore, amico e mite
ne sia il tuo nume, e i tuoi detti non vani».
  Cosí dicendo, de' suoi legni elegge
i due migliori, e gli correda e gli arma
di tutto punto. Ed ecco d'improvviso
(mirabil mostro!) de la selva uscita
una candida scrofa, col suo parto
di candor pari, sopra l'erba verde
ne la riva accosciata gli si mostra.
Tosto il pietoso eroe col gregge tutto
a l'altar la condusse, e poiché sacra
l'ebbe al gran nume tuo, massima Giuno,
a te l'uccise. Il Tebro quella notte
quanto fu lunga, di turbato e gonfio
ch'egli era, si rendé tranquillo e queto,
sí che, senza rumore e quasi in dietro
tornando, come stagno o come piana
palude adeguò l'onde, e tolse a' remi
ogni contesa. Accelerando adunque
il cammin preso, i ben unti e spalmati
lor legni se ne vanno incontro al fiume
com'a seconda; sí che l'onde stesse
stavan meravigliose, e i boschi intorno,
non soliti a veder l'armi e gli scudi
e i dipinti navili, che da lunge
facean novella e peregrina mostra.
Se ne van notte e giorno remigando
di tutta forza, e i seni e le rivolte
varcan di mano in mano, or a l'aperto,
or tra le macchie occulti, e via volando
segan l'onde e le selve. Era il sol giunto
a mezzo il giorno, quando incominciaro
da lunge a discovrir la ròcca e 'l cerchio
e i rari allor del poverello Evandro
umili alberghi, ch'ora al cielo adegua
la romana potenza. Immantinente
volser le prore a terra, ed appressârsi
là 've per avventura il re quel giorno
solennemente in un sacrato bosco
avanti a la città stava onorando
il grande Alcide. Avea Pallante seco
suo figlio, e del suo povero senato
e de' suoi primi giovini un drappello
che d'incensi, di vittime e di fumo
di caldo sangue empiean l'are e gli altari.
  Tosto che di lontan vider le gaggie,
e per entro de' boschi occulte e chete
gir navi esterne, insospettiti in prima
si levâr da le mense. Ma Pallante
arditamente: «Non movete, - disse, -
seguite il sacrificio». E tosto a l'armi
dato di piglio, incontro a lor si spinse.
Giunto, gridò da l'argine: «O compagni,
qual fin v'adduce, o qual v'intrica errore
per cosí torta e disusata via?
Ov'andate? chi siete? onde venite?
che ne recate voi? la pace, o l'armi?
Enea di su la poppa un ramo alzando
di pacifera oliva: «Amici - disse -
vi siamo, e siam Troiani, e coi Latini
vostri nimici inimicizia avemo.
Questi superbamente il nostro esiglio
perseguitando ne fan guerra ed onta.
Ricorremo ad Evandro. A lui porgete
da nostra parte, che de' Teucri alcuni
son qui venuti condottieri eletti
per sussidi impetrarne e lega d'arme».
  Stupí primieramente a sí gran nome
Pallante, indi vèr lui rivolto umíle:
«Signor, qual che tu sii, scendi e tu stesso
parla, - disse, - al mio padre, e nosco alloggia».
E lo prese per mano ed abbracciollo.
Lasciato il fiume e ne la selva entrati,
Enea dinanzi al re comparve e disse:
  «Signor, che di bontà sovr'ogni Greco,
e di fortuna sovr'a me ten vai
tanto che supplichevole, e co' rami
di benda avvolti a tua magion ne vengo;
io, perché sia Troiano e tu di Troia
per nazïon nimico e per legnaggio
agli Atridi congiunto, or non pavento
venirti avanti, ché 'l mio puro affetto,
gli oracoli divini, il sangue antico
de' maggior nostri, il tuo famoso grido,
e 'l fato e 'l mio voler m'han teco unito.
Dardano, de' Troiani il primo autore,
nacque d'Elettra, come i Greci han detto;
e d'Elettra fu padre il grande Atlante,
che con gli omeri suoi folce le stelle.
Vostro progenitor Mercurio fue,
che nel gelido monte di Cillene
de la candida Maia al mondo nacque;
e Maia ancor, se questa fama è vera,
venne d'Atlante, e da lo stesso Atlante
che fa con le sue spalle al ciel sostegno.
Cosí d'un fonte lo tuo sangue e 'l mio
traggon principio. E quinci è che securo
senza opra di messaggi e senza scritti,
pria ch'io ti tenti, e pria che tu m'affidi,
posto ho me stesso e la mia vita a rischio,
e supplichevolmente a la tua casa
ne son venuto. I Rutuli ch'infesti
sono anche a te, se de l'Italia fuori
cacceran noi, già de l'Italia tutta
l'imperio si promettono, e di quanto
bagna l'un mare e l'altro. Or la tua fede
mi porgi, e la mia prendi; ch'ancor noi
siamo usi a guerra, e cor ne' petti avemo».
  Il re, mentre ch'Enea parlando stette,
il volto e gli occhi e la persona tutta
gli andò squadrando; e brevemente al fine
cosí rispose: «Valoroso eroe,
come lieto io t'accolgo, e come certo
raffigurar mi sembra il volto e i gesti
e la favella di quel grande Anchise
tuo genitore! Io mi ricordo quando
Priamo per riveder la sua sorella
Esïone e 'l suo regno, in un passaggio
che perciò fe' da Troia a Salamina,
toccò d'Arcadia i gelidi confini.
De le prime lanugini fiorito
era il mio mento a pena allor ch'io vidi
quei gran duci di Troia, e de' Troiani
lo stesso re. Con molto mio diletto
gli mirai, gli ammirai, notai di tutti
gli abiti e le fattezze, e sopra tutti
leggiadro, riguardevole ed altero
sembrommi Anchise. Un desiderio ardente
mi prese allor d'offrirmi, e d'esser conto
a quel signore. Il visitai, gli porsi
la destra, ospite il fei, nel mio Fenèo
meco l'addussi. Ond'ei poscia partendo,
un arco, una faretra e molti strali
di Licia presentommi, e d'oro appresso
una ricca intessuta sopravesta
con due freni indorati ch'ancor oggi
son di Pallante mio: sí che già ferma
è tra noi quella fede e quella lega
ch'or ne chiedete. E non fia il sol dimane
dal balcon d'orïente uscito a pena,
che le mie genti e i miei sussidi arete.
Intanto a questa festa, che solenne
facciamo ogni anno, e tralasciar non lece
(già che venuti siete amici nostri),
nosco restate, e come di compagni
queste mense onorate». Avea ciò detto,
allor che nuovi cibi e nuove tazze
ripor vi fece, e lor tutti nel prato
a seder pose; e sopra tutti Enea,
di villoso leon disteso un tergo,
seco al suo desco ed al suo seggio accolse.
Per man de' sacerdoti e de' ministri
del sacrificio, d'arrostite carni
de' tori, di vin puro, di focacce,
gran piatti, gran canestri e gran tazzoni
n'andaro a torno; e co' suoi Teucri tutti
Enea fu de le viscere pasciuto
del saginato, a dio devoto, bue.
  Tolte le mense, e 'l desiderio estinto
de le vivande, a ragionar rivolti,
Evandro incominciò: «Troiano amico,
questo convito e questo sacrificio
cosí solenne, e questo a tanto nume
sacrato altare, instituiti e posti
non sono a caso; ché del vero culto
e de gli antichi dèi notizia avemo.
Per memoria, per merito e per vóto
d'un gran periglio sua mercé scampato,
son questi onori a questo dio dovuti.
Mira colà quella scoscesa rupe,
e que' rotti macigni, e di quel colle
quell'alpestra ruina, e quel deserto.
Ivi era già remota e dentro al monte
cavata una spelonca, ov'unqua il sole
non penetrava. Abitatore un ladro
n'era, Caco chiamato, un mostro orrendo
mezzo fera e mezz'uomo, e d'uman sangue
avido sí, che 'l suol n'avea mai sempre
tiepido. Ne grommavan le pareti,
ne pendevano i teschi intorno affissi,
di pallor, di squallor luridi e marci.
Volcano era suo padre; e de' suoi fochi
per la bocca spirando atri vapori,
gia d'un colosso, e d'una torre in guisa.
Contra sí diro mostro, dopo molti
dannaggi e molte morti, il tempo al fine
ne diede e questo dio soccorso e scampo.
Egli di Spagna vincitor ne venne
in queste parti, de le spoglie altero
di Gerïone, in cui tre volte estinse
in tre corpi una vita, e ne condusse
tal qui d'Ibèro un copïoso armento,
ch'avea pien questo fiume e questa valle.
  Caco ladron feroce e furïoso,
d'ogni misfatto e d'ogni sceleranza
ardito e frodolente esecutore,
quattro tori involonne e quattro vacche,
ch'eran fior de l'armento. E perché l'orme
indicio non ne dessero, a rovescio
per la coda gli trasse; e ne la grotta
gli condusse e celogli. Eran l'impronte
de' lor piè volte al campo, e verso l'antro
segno non si vedea ch'a la spelonca
il cercator drizzasse. Avea già molti
giorni d'Anfitrïon tenuto il figlio
qui le sue mandre, e ben pasciuto e grasso
era il suo armento, sí che nel partire
tutte queste foreste e questi colli
di querimonia e di muggiti empiero.
Mugghiò da l'altro canto, e 'l vasto speco
da lunge rintonar fece una vacca
de le rinchiuse: onde schernita e vana
restò di Caco la custodia e 'l furto;
ch'udilla Alcide, e d'ira e di furore
in un súbito acceso, a la sua mazza,
ch'era di quercia nodorosa e grave,
diè di piglio, e correndo al monte ascese.
Quel dí da' nostri primamente Caco
temer fu visto. Si smarrí negli occhi,
si mise in fuga, e fu la fuga un volo:
tal gli aggiunse un timor le penne a' piedi.
  Tosto che ne la grotta si rinchiuse,
allentò le catene, e di quel monte
una gran falda a la sua bocca oppose;
ch'a la bocca de l'antro un sasso immane
avea con ferri e con paterni ordigni
di cataratta accomodato in guisa
con puntelli per entro e stanghe e sbarre.
Ecco Tirinzio arriva, e come è spinto
da la sua furia, va per tutto in volta
fremendo, ora ai vestigi, ora ai muggiti,
ora a l'entrata de la grotta intento.
E portato da l'impeto, tre volte
scórse de l'Aventino ogni pendice:
tre volte al sasso de la soglia intorno
si mise indarno; e tre volte affannato
ritornò ne la valle a riposarsi.
  Era de la spelonca al dorso in cima
di selce d'ogn'intorno dirupata
un cucuzzolo altissimo ed alpestro
ch'ai nidi d'avvoltoi e di tali altri
augelli di rapina e di carogna
era opportuno albergo. A questo intorno
alfin si mise; e siccom'era al fiume
da sinistra inchinato, egli a rincontro
lo spinse da la destra, lo divelse,
col calce de la mazza a leva il pose,
e gli diè volta. A quel fracasso il cielo
rintonò tutto, si crollâr le ripe,
e 'l fiume impaurito si ritrasse.
  Allor di Caco fu lo speco aperto:
scoprissi la sua reggia, e le sue dentro
ombrose e formidabili caverne.
Come chi de la terra il globo aprisse
a viva forza, e de l'inferno il centro
discovrisse in un tempo, e che di sopra
de l'abisso vedesse quelle oscure
del cielo abbominate orride bolge;
vedesse Pluto a l'improvviso lume
restar del sole attonito e confuso:
cotal Caco da súbito splendore
ne la sua tomba abbarbagliato e chiuso
digrignar qual mastino Ercole vide;
e non piú tosto il vide, che di sopra
sassi, travi, tronconi, ogn'arme addosso
fulgurando avventogli. Ei che né fuga
avea né schermo al suo periglio altronde,
da le sue fauci (meraviglia a dirlo!)
vapori e nubi a vomitar si diede
di fumo, di caligine e di vampa,
tal che miste le tenebre col foco
togliean la vista agli occhi e 'l lume a l'antro.
Non però si contenne il forte Alcide,
che d'un salto in quel baratro gittossi
per lo spiraglio, e là 'v'era del fumo
la nebbia e l'ondeggiar piú denso, e 'l foco
piú roggio, a lui che 'l vaporava indarno,
s'addusse, e lo ghermí; gli fece un nodo
de le sue braccia, e sí la gola e 'l fianco
gli strinse che scoppiar gli fece il petto,
e schizzar gli occhi; e 'l foco e 'l fiato e l'alma
in un tempo gli estinse. Indi la bocca
aprí de l'antro, e la frodata preda,
e del suo frodatore il sozzo corpo
fuor per un piè ne trasse, a cui d'intorno
corser le genti a meraviglia ingorde
di veder gli occhi biechi, il volto atroce,
l'ispido petto e l'ammorzato foco.
  Da indi in qua questo dí santo ogni anno
da' nostri è lietamente celebrato:
e ne sono i Potizi i primi autori,
e i Pinari ministri. Allor quest'ara,
che Massima si disse, e che mai sempre
massima ne sarà, fu consecrata
in questo bosco. Or via dunque, figliuoli,
per celebrar tant'onorata festa,
coi rami in fronte e con le tazze in mano
il comun dio chiamate, e lietamente
l'un con l'altro invitatevi, e beete».
  Ciò detto, il divisato erculeo pioppo
tessero altri in ghirlande, altri in festoni,
altri i mai ne piantaro. E di già pieno
di sacrato liquore il gran catino,
tutti a mensa gioiosi s'adagiaro,
e spargendo e beendo, ai santi numi
porser preghiere e vóti. Espero intanto
era a l'occidental lito vicino
già per tuffarsi, quando i sacerdoti
un'altra volta, e 'l buon Potizio avanti
con pelli indosso e con facelle in mano,
com'è costume, a convivar tornaro,
e le seconde mense e l'are sante
di grati doni e di gran piatti empiero.
I Salii intorno ai luminosi altari
givano in tresca, e di populea fronde
cingean le tempie. I vecchi da l'un coro
le prodezze cantavano e le lodi
del grande Alcide; i giovini da l'altro
n'atteggiavano i fatti: come prima
fanciul da la matrigna insidïato
i due serpenti strangolasse in culla;
come al suolo adeguasse Ecalia e Troia,
città famose; come superasse
mill'altre insuperabili fatiche
sotto al duro tiranno, e contr'ai fati
de l'empia dea. «Tu sei, - dicean cantando, -
invitto iddio, che de le nubi i figli
Nilèo e Folo uccidi; tu che 'l mostro
domi di Creta: tu che vinci il fiero
nemèo leone; te gl'inferni laghi,
te l'inferno custode ebbe in orrore
ne l'orrendo suo stesso e diro speco,
là, 've tra 'l sangue e le corrose membra
ha de la morta gente il suo covile.
Cosa non è sí spaventosa al mondo,
che te spaventi, non lo stesso armato
incontr'al ciel Tifèo; né quel di Lerna
con tanti e tanti capi orribil angue
senza avviso ti vide o senza ardire.
A te vera di Giove inclita prole,
umilmente inchiniamo, a te del cielo
nuovo aggiunto ornamento. E tu benigno
mira i cor nostri e i sacrifici tuoi».
  Cosí pregando e celebrando in versi
cantavan le sue pruove. E sopra tutto
dicean di Caco e de la sua spelonca
e de' suoi fochi: e i boschi e i colli intorno
rispondean rintonando. Eran finiti
i sacrifici, quando il vecchio Evandro
mosse vèr la cittade; e seco a pari
da l'un de' lati Enea, da l'altro il figlio
avea, cui s'appoggiava; e ragionando
di varie cose, agevolava il calle.
  Enea, meravigliando, in ogni parte
volgea le luci, desïoso e lieto
di veder quel paese e di saperne
i siti, i luoghi e le memorie antiche.
Di che spïando, il primo fondatore
de la romana ròcca in cotal guisa
a dir gli cominciò: «Questi contorni
eran pria selve; e gli abitanti loro
eran qui nati, ed eran fauni e ninfe,
e genti che di roveri e di tronchi
nate, né di costumi, né di culto,
né di tori accoppiar, né di por viti,
né d'altr'arti, o d'acquisto, o di risparmio
avean notizia o cura: e 'l vitto loro
era di cacciagion, d'erbe e di pomi,
e la lor vita, aspra, innocente e pura.
Saturno il primo fu che in queste parti
venne, dal ciel cacciato, e vi s'ascose.
E quelle rozze genti, che disperse
eran per questi monti, insieme accolse
e diè lor leggi: onde il paese poi
da le latèbre sue Lazio nomossi.
Dicon che sotto il suo placido impero
con giustizia, con pace e con amore
si visse un secol d'oro, in fin che poscia
l'età, degenerando, a poco a poco
si fe' d'altro colore e d'altra lega.
Quinci di guerreggiar venne il furore,
l'ingordigia d'avere, e le mischianze
de l'altre genti. L'assalîr gli Ausoni;
l'inondaro i Sicani; onde piú volte
questa, che pria Saturnia era nomata,
ha con la signoria cangiato il nome,
e co' signori. E quinci è che da Tebro,
che ne fu re terribile ed immane,
Tebro fu detto questo fiume ancóra,
ch'Àlbula si dicea ne' tempi antichi.
Ed ancor me de la mia patria in bando,
dopo molti perigli e molti affanni
del mar sofferti, ha qui l'onnipotente
fortuna e l'invincibil mio destino
portato alfine; e qui posar mi fêro
gli oracoli tremendi e spaventosi
di Carmenta mia madre, e Febo stesso
che mia madre inspirava». E fin qui detto,
si spinse avanti; e quell'ara mostrogli,
e quella porta che fu poi di Roma,
Carmental detta, onore e ricordanza
de la ninfa indovina, ch'anzi a tutti
del Pallantèo predisse e de' Romani
la futura grandezza. Indi seguendo,
un gran bosco gli mostra, ove l'Asilo
Romolo contraffece; e 'l Lupercale,
che, quale era in Arcadia a Pan Liceo,
sotto una fredda rupe era dicato.
Poscia de l'Argileto gli dimostra
la sacra selva; e d'Argo ospite il caso
gli conta, e se ne purga e se ne scusa.
A la Tarpeia rupe, al Campidoglio
poscia l'addusse; al Campidoglio or d'oro,
che di spini in quel tempo era coverto:
un ermo colle dai vicini agresti
per la religïon del loco stesso
insino allor temuto e riverito:
ch'a veder sol quel sasso e quella selva
si paventava. E qui soggiunse Evandro:
  «In questo bosco, e là 've questo monte
è piú frondoso, un dio, non si sa quale,
ma certo abita un dio. Queste mie genti
d'Arcadia han ferma fede aver veduto
qui Giove stesso balenar sovente,
e far di nembi accolta. Oltre a ciò vedi
qui su, quelle ruine e quei vestigi
di quei due cerchi antichi. Una di queste
città fondò Saturno, e l'altra Giano,
che Saturnia e Gianicolo fûr dette».
  In cotal guisa ragionando Evandro,
se ne gian verso il suo picciolo ostello.
E ne l'andar, là 'v'or di Roma è il Foro,
ov'è quella piú florida contrada
de le Carine, ad ogni passo intorno
udian greggi belar, mugghiare armenti.
Giunti che furo: «In questo umile albergo
alloggiò - disse - il vincitore Alcide.
Questa fu la sua reggia. E tu v'alloggia,
e tu 'l gradisci, e le delizie e gli agi
spregiando, imita in ciò Tirinzio e dio,
e del tugurio mio meco t'appaga».
Cosí dicendo, il grand'ospite accolse
ne l'angusta magione, e collocollo
là dove era di frondi e d'irta pelle
di libic'orsa attappezzato un seggio.
  Venne la notte, e le fosc'ali stese
avea di già sovra la terra, quando
Venere come madre, e non in vano
del suo figlio gelosa, il gran tumulto
veggendo e le minacce de' Laurenti,
con Volcan suo marito si ristrinse
con gran dolcezza; in tal guisa gli disse:
«Caro consorte, infinché i regi Argivi
furo a' danni di Troia, e che per fato
cader dovea, nullo da te soccorso
volsi, o da l'arte tua; né ti richiesi
d'armi allor, né di macchine, né d'altro
per iscampo de' miseri Troiani.
Le man, l'ingegno tuo, le tue fatiche
oprar non volli indarno, ancor che molto
con Prïamo e co' figli obbligo avessi,
e molto mi premesse il duro affanno
d'Enea mio figlio. Or per imperio espresso
e de' fati e di Giove egli nel Lazio
e tra' Rutuli è fermo. A te, mio sposo,
ricorro, a te, mio venerando nume;
e, madre, per un figlio arme ti chieggio;
quel che da te di Nèrëo la figlia,
e di Titon la moglie hanno impetrato.
Mira in quant'uopo io le ti chieggio, e quanti
e che popoli sono, a mia ruina
e de' miei, congregati; e qual fan d'armi
a porte chiuse orribile apparecchio».
  E 'l buon marito, che d'eterno amore
avea il cor punto, le si volse, e disse:
«A che sí lungo esordio? Ov'è, consorte,
vèr me la tua fidanza? Io fin d'allora,
se t'era grado, avrei d'arme provvisti
i Teucri tuoi; né 'l padre onnipotente,
né i fati ci vietavano che Troia
non si tenesse, e Prïamo non fosse
restato ancor per diece altr'anni in vita.
Ed or s'a guerra t'apparecchi, e questo
è tuo consiglio, quel che l'arte puote
o di ferro o di liquido metallo,
quanto i mantici han fiato, e forza il foco,
io ti prometto. E tu con questi preghi
cessa di rivocar la possa in forse
del tuo volere, e 'l mio desir ch'è sempre
di far le voglie tue paghe e contente».
  Finito il primo sonno, e de la notte
già corso il mezzo, come femminella
che col fuso, con l'ago e con la spola
la sua vita sostenta e de' suoi figli;
che la notte aggiungendo al suo lavoro,
e dal suo focolar pria che dal sole
procacciandosi 'l lume, a la conocchia,
a l'aspo, a l'arcolaio esercitando
sta le povere ancelle, onde mantenga
il casto letto e i pargoletti suoi;
tale in tal tempo, e con tal cura a l'opra
surse il gran fabbro, e la fucina aperse.
  Giace tra la Sicania da l'un canto,
e Lipari da l'altro un'Isoletta
ch'alpestra ed alta esce de l'onde, e fuma.
Ha sotto una spelonca, e grotte intorno,
che di feri Ciclopi antri e fucine
son, da' lor fochi affumicati e rosi.
Il picchiar de l'incudi e de' martelli
ch'entro si sente, lo stridor de' ferri,
il fremere e 'l bollir de le sue fiamme
e de le sue fornaci, d'Etna in guisa
intonar s'ode ed anelar si vede.
Questa è la casa, ove qua giú s'adopra
Volcano, onde da lui Volcania è detta;
e qui per l'armi fabbricar discese
del grand'Enea. Stavan ne l'antro allora
Stèrope e Bronte e Piracmóne ignudi
a rinfrescar l'aspre saette a Giove.
Ed una allor n'avean parte polita,
parte abbozzata, con tre raggi attorti
di grandinoso nembo, tre di nube
pregna di pioggia, tre d'acceso foco,
e tre di vento impetuoso e fiero.
I tuoni v'aggiungevano e i baleni,
e di fiamme e di furia e di spavento
un cotal misto. Altrove erano intorno
di Marte al carro, e le veloci ruote
accozzavano insieme, ond'egli armato
le genti e le città scuote e commuove.
Lo scudo, la corazza e l'elmo e l'asta
avean da l'altra parte incominciati
de l'armigera Palla, e di commesso
la fregiavano a gara. Erano i fregi
nel petto de la dea gruppi di serpi
che d'oro avean le scaglie, e cento intrichi
facean guizzando di Medusa intorno
al fiero teschio, che cosí com'era
disanimato e tronco, le sue luci
volgea d'intorno minacciose e torve.
Tosto che giunse: «Via, - disse a' Ciclopi -
sgombratevi davanti ogni lavoro,
e qui meco guarnir d'arme attendete
un gran campione. E s'unqua fu mestiero
d'arte, di sperïenza e di prestezza,
è questa volta. Or v'accingete a l'opra
senz'altro indugio». E fu ciò detto a pena,
che, divise le veci e i magisteri,
a fondere, a bollire, a martellare
chi qua chi là si diede. Il bronzo e l'oro
corrono a rivi; s'ammassiccia il ferro,
si raffina l'acciaio; e tempre e leghe
in piú guise si fan d'ogni metallo.
Di sette falde in sette doppi unite,
ricotte al foco e ribattute e salde,
si forma un saldo e smisurato scudo,
da poter solo incontro a l'armi tutte
star de' Latini. Il fremito del vento
che spira da' gran mantici, e le strida
che ne' laghi attuffati, e ne l'incudi
battuti, fanno i ferri, in un sol tuono
ne l'antro uniti, di tenore in guisa
corrispondono a' colpi de' Ciclopi,
ch'al moto de le braccia or alte or basse
con le tenaglie e co' martelli a tempo
fan concerto, armonia, numero e metro.
  Mentre in Eolia era a quest'opra intento
di Lenno il padre, ecco, sorgendo il sole,
surse al cantar de' mattutini augelli
il vecchio Evandro; e fuori uscio vestito
di giubba con le guigge a' piedi avvolte,
com'è tirrena usanza. Avea dal destro
omero a la Tegèa nel manco lato
una sua greca scimitarra appesa.
Avea da la sinistra di pantera
una picchiata pelle, che d'un tergo
gli si volgea su l'altro; e da la ròcca
scendendo, gli venian due cani avanti,
come custodi i suoi passi osservando.
In questa guisa il generoso eroe,
come quei che tenea memoria e cura
di compir quanto avea la sera avanti
ragionato e promesso, a le secrete
stanze del padre Enea si ricondusse.
Enea da l'altra parte assai per tempo
s'era levato: e solo in compagnia
l'un seco avea Pallante, e l'altro Acate.
Poscia che rincontrati e 'nsieme accolti
si salutaro, alfin, tra loro assisi,
a ragionar si diêro. E prima Evandro
cosí parlò: «Signor, cui vivo, in vita
dir si può che sia Troia, e che del tutto
non sia caduta e vinta; in questa guerra
quel che poss'io per tuo sussidio è poco
a tanto affare. Il mio paese è chiuso
quinci dal tosco fiume, e quindi ha l'armi
che gli suonan de' Rutuli d'intorno
fin sulle porte. Avviso e pensier mio
è per confederati e per compagni
darti una gente numerosa e grande
con molti regni. In tal qui tempo a punto
sei capitato, e tal felice incontro
ti porge amica e non pensata sorte.
  È non lunge di qui, su questi monti
d'Etruria, una famosa e nobil terra
ch'è sopra un sasso anticamente estrutta;
Agillina si dice, ove lor seggio
posero (è già gran tempo) i bellicosi
e chiari Lidi: e floridi e felici
vi fûr gran tempo ancora. Or sotto il giogo
son di Mezenzio capitati al fine.
A che di lui contar le sceleranze?
A che la ferità? Dio le riservi
per suo castigo e de' seguaci suoi.
Questo crudele insino a' corpi morti
mescolava co' vivi (odi tormento)
che giunte mani a mani, e bocca a bocca
in cosí miserando abbracciamento
gli facea di putredine e di lezzo,
vivi, di lunga morte alfin morire.
  I cittadini afflitti, disperati,
e fatti per paura alfin securi,
tesero insidie a lui, fecero strage
de' suoi, posero assedio, avventâr foco
a le sue case. Ei de le mani uscito
degli uccisori, ebbe rifugio a Turno
ch'or l'accoglie e 'l difende. Onde commossa
e per giusta cagione in furia volta
l'Etruria tutta in contra al suo tiranno
grida che muoia, e già con l'armi in mano
a morte lo persegue. A questa gente
di molte mila condottiero e capo
aggiungerotti. E già d'armate navi
son pieni i liti: ognun freme, ognun chiede
che si spieghin l'insegne. Un vecchio solo
aruspice e 'ndovino è, che sospesi
gli tiene infino a qui: "Gente meonia, -
dicendo, - fior di gente antica e nobile,
benché giusto dolor contra a Mezenzio,
e degn'ira v'incenda, incontro a Lazio
non movete voi già; ch'a nessun Italo
domar d'Italia una tal gente è lecito,
s'esterno duce a tant'uopo non prendesi".
  Cosí parato, e per timor confuso
del vaticinio stassi il campo etrusco.
E già Tarconte stesso a questa impresa
m'invita, e già mandato a presentarmi
ha la sedia e lo scettro e l'altre insegne
del tosco regno, perch'io re ne sia,
ed a l'oste ne vada. Ma la tarda
e fredda mia vecchiezza, e le mie forze
debili, smunte e diseguali al peso
fan ch'io rifiuti. Esorterei Pallante
mio figlio a questo impero, se non fosse
che nato di Sabella, Italo anch'egli
è per materna razza. Or questo incarco
dagli anni, da la gente, dal destino,
dal tuo stesso valore a te si deve.
E tu il prendi, signor, ch'abile e forte
sei piú d'ogni Troian, d'ogni Latino
a sostenerlo. Ed io Pallante mio,
la mia speranza e 'l mio sommo conforto,
manderò teco; che 'l mestier de l'arme,
che le fatiche del gravoso Marte
ne la tua scuola a tollerare impari:
e te da' suoi prim'anni, e i gesti tuoi
meravigliando ad imitar s'avvezze.
Dugento cavalieri, il nervo e 'l fiore
de' miei d'Arcadia, spedirò con lui,
e dugento altri il mio Pallante stesso
in suo nome daratti». Avea ciò detto
Evandro a pena, che d'Anchise il figlio
e 'l fido Acate stêr co' volti a terra
chinati. E da pensier gravi e molesti
fôran oppressi, se dal ciel sereno
la madre Citerea segno non dava,
sí come diè. Ché tal per l'aria un lume
vibrossi d'improvviso e con tal suono,
che parve di repente il mondo tutto
come scoppiando e ruinando ardesse;
ed in un tempo di tirrene tube
squillar ne l'aura alto concento udissi.
Alzaron gli occhi: e la seconda volta,
e la terza iterar sentiro il tuono;
e vider là 've il cielo era piú scarco
e piú tranquillo, una dorata nube
e d'armi un nembo che tra lor percosse,
scintillando, facean fremiti e lampi.
Stupiron gli altri. Ma il troiano eroe
che 'l cenno riconobbe e la promessa
de la diva sua madre: «Ospite, - disse, -
di saver non ti caglia quel ch'importi
questo prodigio; basta ch'ammonito
son io dal cielo, e questo è 'l segno e 'l tempo,
che la mia genitrice mi predisse:
che quandunque di guerra incontro avessi,
allora ella dal ciel presta sarebbe
con l'armi di Volcano a darmi aíta.
Oh quanta di voi strage mi prometto,
infelici Laurenti! e qual castigo
Turno, da me n'avrai! quant'armi, quanti
corpi volgere al mar, Tebro, ti veggio!
Via, patto e guerra mi si rompa omai».
  Cosí detto, dal soglio alto levossi:
e con Evandro e co' suoi Teucri in prima
d'Ercole visitando i santi altari,
il sopito carbon del giorno avanti
lieto desta e raccende; i Lari inchina;
i pargoletti suoi Penati adora,
e di piú scelte agnelle il sangue offrisce.
  Indi torna a le navi, e de' compagni
fatte due parti, la piú forte elegge
per seco addurre a preparar la guerra:
l'altra a seconda per lo fiume invia,
che pianamente e senz'alcun contrasto
si rivolga ad Ascanio, e dia novelle
de le cose e del padre. A quei che seco
in Etruria adducea, tosto provvisti
furo i cavalli. A lui venne in disparte
da tutti gli altri un palafreno eletto,
di pelle di leon tutto coverto,
ch'i velli avea di seta e l'ugna d'oro.
  Per la piccola terra in un momento
si sparge il grido ch'ai tirreni liti
ne va lo stuol de' cavalieri in fretta.
Le madri, paventose, ai templi intorno
rinnovellano i vóti; e già per téma
piú vicino il periglio, e piú l'aspetto
sembra di Marte atroce. Evandro il figlio
nel dipartir teneramente abbraccia;
né divelto da lui, né sazio ancora
di lagrimar, gli dice: «O se da Giove
mi fosse, figlio, di tornar concesso
ora in quegli anni e 'n quelle forze, ond'io
sotto Preneste il primo incontro fei
co' miei nemici, e vincitore i monti
arsi de' scudi, allor ch'Èrilo stesso,
lo stesso re con queste mani ancisi,
a cui nascendo avea Feronia madre
date tre vite e tre corpi, e tre volte
(meraviglia a contarlo!) era mestiero
combatterlo e domarlo; ed io tre volte
lo combattei, lo vinsi, e lo spogliai
d'armi e di vita; se tal, dico, io fossi,
mai non sarei da te, figlio, diviso;
mai non fôra Mezenzio oso d'opporsi
a questa barba; né per tal vicino
vedova resterebbe or la mia terra
di tanti cittadini. O dii superni,
o de' superni dii nume maggiore,
pietà d'un re servo e devoto a voi,
e d'un padre che padre è sol d'un figlio
unicamente amato. E se da' fati,
se da voi m'è Pallante preservato,
e s'io vivo or per rivederlo mai,
questa mia vita preservate ancora
con quanti unqua soffrir potessi affanni.
Ma se fortuna ad infortunio il tragge,
ch'io dir non oso, or or, prego, rompete
questa misera vita, or ch'è la téma,
or ch'è la speme del futuro incerta,
e che te, figlio mio, mio sol diletto
e da me desïato in braccio io tengo,
anzi ch'altra novella me ne venga,
che 'l cor pria che gli orecchi mi percuota».
Cosí 'l padre ne l'ultima partita
disse al suo figlio; e da l'ambascia vinto,
fu da' sergenti riportato a braccio.
A la campagna i cavalieri intanto
erano usciti. Enea col fido Acate,
e co' suoi primi era nel primo stuolo;
Pallante in mezzo risplendea ne l'armi
commesse d'oro, risplendea ne l'ostro
che l'arme avean per sopravesta intorno;
ma via piú risplendea ne' suoi sembianti
ch'eran di fiero e di leggiadro insieme.
Tale è quando Lucifero, il piú caro
lume di Citerea, da l'Oceàno,
quasi da l'onde riforbito, estolle
il sacro volto, e l'aura fosca inalba.
  Stan le timide madri in su le mura
pallide attentamente rimirando
quanto puon lunge il polveroso nembo
de l'armate caterve, e i lustri e i lampi
che facean l'armi tra i virgulti e i dumi
lungo le vie. Va per la schiera il grido
che si cavalchi; e lo squadron già mosso
al calpitar de la ferrata torma
fa 'l campo risonar tremante e trito.
  È di Cere vicino, appo il gelato
suo fiume un sacro bosco antico e grande
d'ombrosi abeti, che da cavi colli
intorno è cinto, venerabil molto
e di gran lunge. È fama che i Pelasgi,
primi del Lazio occupatori esterni,
a Silvan, dio de' campi e degli armenti,
consecrâr questa selva, e con solenne
rito gli dedicâr la festa e 'l giorno.
Quinci poco lontano era Tarconte
co' Tirreni accampato; e qui del campo
giunti a la vista, là 've un alto colle
lo scopria tutto. Enea, co' primi suoi
fermossi, ove i cavalli e i corpi loro
già stanchi ebbero alfin posa e ristoro.
  Era Venere in ciel candida e bella
sovr'un etereo nembo apparsa intanto
con l'armi di Volcano; e visto il figlio
ch'oltre al gelido rio per erma valle
sen gia da gli altri solitario e scevro,
apertamente gli s'offerse, e disse:
«Eccoti 'l don che da me, figlio, attendi,
di man del mio consorte. Or francamente
gli orgogliosi Laurenti e 'l fiero Turno
sfida a battaglia, e gli combatti e vinci».
E, ciò detto, l'abbraccia. Indi gli addita
d'armi quasi un trofeo, ch'appo una quercia
dianzi da lei diposte, incontro agli occhi
facean barbaglio, e, contro al sol, piú soli.
  D'un tanto dono Enea, d'un tale onore
lieto, e non sazio di vederlo, il mira,
l'ammira e 'l tratta. Or l'elmo in man si prende
e l'orribil cimier contempla e 'l foco
che d'ogni parte avventa: or vibra il brando
fatale; or ponsi la corazza avanti
di fino acciaio e di gravoso pondo,
che di sanguigna luce e di colori
diversamente accesi era splendente:
qual sembra di lontan cerulea nube,
arder col sole e varïar col moto.
Brandisce l'asta; gli stinier vagheggia
nitidi e lievi, che fregiati e fusi
son di fin oro e di forbito elettro.
Meravigliando alfin sopra lo scudo
si ferma, e l'incredibile artificio
ond'era intesto, e l'argomento esplora.
  In questo di commesso e di rilievo
avea fatto de' fochi il gran maestro
(come de' vaticini e del futuro
presago anch'egli) con mirabil arte
le battaglie, i trionfi e i fatti egregi
d'Italia, de' Romani e de la stirpe
che poi scese da lui; dal figlio Ascanio
incominciando, i discendenti tutti
e le guerre che fêr di mano in mano.
V'avea del Tebro in su la verde riva
finta la marzïal nudrice lupa
in un antro accosciata, e i due gemelli
che da le poppe di sí fiera madre
lascivetti pendean, senza paura
seco scherzando. Ed ella umíle e blanda
stava col collo in giro, or l'uno or l'altro
con la lingua forbendo e con la coda.
V'era poco lontan Roma novella
con una pompa, e con un circo avanti
pien di tumulto, ov'era un'insolente
rapina di donzelle, un darsi a l'arme
infra Romolo e Tazio, e Roma e Curi.
E poscia infra gli stessi regi armati,
di Giove anzi a l'altare un tener tazze
invece d'armi in mano, un ferir d'ambe
le parti un porco, e far connubi e pace.
  Né di qui lunge, erano a quattro a quattro
giunti a due carri otto destrier feroci,
che, qual Tullo imponea (stato non fossi
tu sí mendace e traditore, Albano!)
in due parti traean di Mezio il corpo;
e sí com'era tratto, i brani e 'l sangue
ne mostravan le siepi, i carri e 'l suolo.
V'era, oltre a ciò, Porsenna, il tosco rege,
ch'imperiosamente da l'esiglio
rivocava i Tarquini, e 'n duro assedio
ne tenea Roma, che del giogo schiva
s'avventava nel ferro. Avea nel volto
scolpito questo re sdegno e minacce,
e meraviglia, che sol Cocle osasse
tener il ponte; e Clelia, una donzella,
varcar il Tebro e sciôr la patria e lei.
  In cima dello scudo il Campidoglio
era formato e la Tarpeia rupe,
e Manlio che del tempio e de la ròcca
stava a difesa; e la romulea reggia
che 'l comignolo avea di stoppia ancora.
Tra' portici dorati iva d'argento
l'ali sbattendo e schiamazzando un'oca,
ch'apria de' Galli il periglioso agguato:
e i Galli per le macchie e per le balze
de l'erta ripa, da la buia notte
difesi, quatti quatti erano in cima
già de la ròcca ascesi. Avean le chiome,
avean le barbe d'oro: aveano i sai
di lucid'ostri divisati a liste,
e d'òr monili ai bianchi colli avvolti.
Di forti alpini dardi avea ciascuno
da la destra una coppia, e ne' pavesi
stavan coi corpi rannicchiati e chiusi.
  Quinci de' Salii e de' Luperci ignudi,
e de' greggi de' Flàmini scolpito
v'avea le tresche e i cantici e i tripudi,
ed essi tutti o coi lor fiocchi in testa,
o con gli ancili e con le tibie in mano:
cui le sacre carrette ivano appresso
coi santi simulacri e con gli arredi,
che traean per le vie le madri in pompa.
  E piú lunge nel fondo era la bocca
de la tartarea tomba, e del gran Dite
la reggia aperta: ov'anco eran le pene
e i castighi degli empi. E quivi appresso
stavi tu, scellerato Catilina,
sopra d'un ruinoso acuto scoglio
agli spaventi de le Furie esposto.
E scevri eran da questi i fortunati
luoghi de' buoni, a cui 'l buon Cato è duce.
  Gonfiava in mezzo una marina d'oro
con la spuma d'argento, e con delfini
d'argentino color, che con le code
givan guizzando, e con le schiene in arco
gli aurati flutti a loco a loco aprendo.
E i liti e 'l mare e 'l promontorio tutto
si vedea di Leucàte a l'azia pugna
star preparati; e d'una parte Augusto
sovra d'un'alta poppa aver d'intorno
Europa, Italia, Roma e i suoi Quiriti,
e 'l senato e i Penati e i grandi iddii.
Di tre stelle il suo volto era lucente.
Due ne facea con gli occhi, ed una sempre
del divo padre ne portava in fronte.
Ne l'altro corno Agrippa era con lui
del marittimo stuolo invitto duce,
ch'altero, e 'l capo alteramente adorno
de la rostrata sua naval corona,
i vènti e i numi avea fausti e secondi.
  Da l'altra parte vincitore Antonio,
di vèr l'aurora e di vèr l'onde rubre
barbari aiuti, esterne nazïoni
e diverse armi dal Cataio al Nilo
tutto avea seco l'Orïente addotto:
e la zingara moglie era con lui,
milizia infame. Ambe le parti mosse
se ne gian per urtarsi, e d'ambe il mare
scisso da' remi e da' stridenti rostri
lacero si vedea, spumoso e gonfio.
Prendean de l'alto i legni in tanta altezza,
che Cicladi con Cicladi divelte
parean nel mar gir a 'ncontrarsi, o 'n terra
monti con monti: da sí fatte moli
avventavan le genti e foco e ferro,
onde il mar tutto era sanguigno e roggio.
  Stava qual Isi la regina in mezzo
col patrio sistro, e co' suoi cenni il moto
dava alla pugna; e non vedea (meschina!)
quai due colúbri le venian da tergo.
L'abbaiatore Anúbi e i mostri tutti,
ch'eran suoi dii, contra Nettuno e contra
Venere e Palla armati eran con lei,
e Marte in mezzo, che nel campo d'oro
di ferro era scolpito, or questi or quelli
a la zuffa infiammava: e l'empie Furie
co' lor serpenti, la Discordia pazza
col suo squarciato ammanto, con la sferza
di sangue tinta la crudel Bellona
sgominavan le genti; e l'azio Apollo
saettava di sopra: agli cui strali
l'Egitto e gl'Indi e gli Arabi e i Sabei
davan le spalle. E già chiamare i vènti,
scioglier le funi, inalberar le vele
si vedea la regina a fuggir vòlta;
già del pallor de la futura morte,
ond'era dal gran fabbro il volto aspersa,
in abbandono a l'onde, e de la Puglia
ne giva al vento. Avea d'incontro il Nilo,
un vasto corpo, che, smarrito e mesto,
a' vinti aperto il seno e steso il manto,
i latebrosi suoi ridotti offriva.
  Cesare v'era alfin che trïonfando
tre volte in Roma entrava; e per trecento
gran templi a' nostri dii vóti immortali
si vedean consecrati. Eran le strade
piene tutte di plauso, di letizia,
e di feste e di giuochi. Ad ogni tempio
concorso di matrone; ad ogni altare
vittime, incensi e fiori. Egli di Febo
anzi al delúbro in maestade assiso
riconoscea de' popoli i tributi,
e la candida soglia e le superbe
sue porte ne fregiava. Iva la pompa
de le genti da lui domate intanto
varie di gonne, d'idïomi e d'armi.
Qui di Nomadi e d'Afri era una schiera
in abito discinta; ivi un drappello
di Lèlegi, di Cari e di Geloni
con archi e strali. Infin dai liti estremi
i Mòrini condotti erano al giogo,
e gl'indomiti Dai. Con meno orgoglio
giva l'Eufrate: ambe le corna fiacche
portava il Reno: disdegnoso il ponte
nel dorso si scotea l'Armenio Arasse.
  A tal, da tanta madre avuto dono,
e d'un tanto maestro, Enea mirando,
benché il velame del futuro occulte
gli tenesse le cose, ardire e speme
prese e gioia a vederle; e de' nepoti
la gloria e i fati agli omeri s'impose.

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